Dante Schiavon


La sentenza con cui il TAR del Veneto ha respinto il ricorso di ben 4 famiglie di Premaor contro il disboscamento di un versante collinare situato sopra le loro abitazioni, per far posto ad un vigneto, è ingiusta e inquietante allo stesso tempo.

Della sentenza mi colpisce la volatilità concettuale ed ecologica delle argomentazioni con cui si respinge il ricorso. Si dice che quel bosco non è un “bosco storico”, di pregio e quindi non è meritevole di conservazione. Si dice che in quell’area esistevano, nel passato, terrazzamenti risalenti a precedenti coltivazioni che testimoniano la vocazione agricola dell’area. Si dice, infine, che il vigneto non è incompatibile con la salvaguardia dei luoghi, del paesaggio e dei profili naturalistici. Tali argomentazioni, che erano contenute nell’autorizzazione dell'ufficio urbanistica del Comune, nel nulla osta forestale della Regione Veneto e nel parere della Soprintendenza, sono state recepite “integralmente” dalla sentenza del giudice amministrativo regionale.

Inquietante, in questa vicenda, è anche il “muro istituzionale” che le 4 coraggiose famiglie di Premaor hanno dovuto scalare per trovare un modo per difendere la loro esistenza e la loro qualità di vita: una sfida impari, Davide contro Golia. Il dio “Prosecco”, infatti, non ha monopolizzato solo la coltura agricola dell’area, ha monopolizzato la cultura, la mentalità produttiva del territorio e delle istituzioni pubbliche e private. In quella sentenza, conseguenza della rappresentazione che ne è stata fatta ai giudici amministrativi dagli enti che hanno autorizzato il disboscamento, non c’è nulla che comprenda le ragioni delle quattro famiglie con bambini: una fetta di comunità locale non proprio esigua.

Mi chiedo cosa differenzia, dal punto di vista della tutela idrogeologica, della biodiversità animale e vegetale, del paesaggio, un bosco di “pregio” da un bosco definito spregiativamente, dalle istituzioni preposte alla gestione locale del territorio, una “presenza infestante”.
Mi chiedo anche: perché quelle case, probabilmente costruite e scelte proprio perché in simbiosi con il bosco circostante, debbano subire, per effetto della sentenza, una svalutazione? Quella sentenza è inquietante perché non riconosce valore, dignità e umanità all’esigenza di una piccola comunità di vivere in salute in un borgo agricolo e in armonia con la natura.
Mi chiedo perché quel bosco, quelle case, quelle persone, che sono lì da decenni, devono essere sacrificati in nome di un business che, nei modi con cui si è manifestato in questa vicenda, sconfessa i “principi” e i “requisiti” che hanno reso possibile la proclamazione dell’area vitivinicola del Prosecco “Patrimonio dell'Umanità’.

I luoghi, teatro di questa vicenda ambientale e amministrativa, sono le colline del Prosecco, la cui eccezionalità, si scrive a pag. 28 del volumetto a colori che ne celebra la proclamazione a Patrimonio dell'Umanità, “va ricercata nella capacità dell’uomo di adattarsi e permettere al territorio di evolversi senza alterare le componenti geomorfologiche delle dorsali, la biodiversità e gli aspetti architettonici” . A pag. 46 si scrive: “facendo salvi il paesaggio e la biodiversità che sono state conservate nei secoli, impostando un impianto agrario fatto di piccole particelle di terra dedite a coltivazione, inserite in una rete ecologica di boschi, siepi e prati, unica al mondo”. Forse, sta proprio qui il limite culturale e giuridico di una sentenza che non contempla una concezione del luogo che affermi l’unitarietà valoriale di tutte le componenti dell’area del Prosecco: il bosco, i vigneti, la dorsale prealpina, i borghi, le popolazioni, gli aspetti etnografici, culturali, la geomorfologia complessiva dell’area. La geomorfologia complessiva dell’area, in questa visione pre-dominante, risulta marginale, e, nel migliore dei casi, complementare e sussidiaria, ma mai elemento imprescindibile dell’insieme. Il valore iconico “assolutizzante” della chiesetta di San Lorenzo o di Rolle o dei terrazzamenti a vite pluri-fotografati finiscono così per limitare, non solo la “molteplice ricchezza naturalistica” dei luoghi dichiarati patrimonio dell'Umanità, ma la loro stessa potenzialità attrattiva, turistica e occupazionale.

In questa visione riduttiva, in contrasto con le premesse Unesco, scompaiono le ragioni “esistenziali” di quelle 4 famiglie che vogliono vivere accanto al bosco e anche a dei vigneti, ma a patto che questi non spuntino, di punto in bianco, alla distanza di 4 metri sopra le loro abitazioni e sopra la loro vita.
Assieme alla scomparsa delle “ragioni esistenziali” delle 4 famiglie scompaiono la cura e relativa segnaletica e manutenzione dei sentieri che percorrono le colline e i boschi della catena prealpina che chiude a nord la “core zone”.
Scompaiono il censimento e la manutenzione dei muretti a secco, guarda caso, dichiarati “patrimonio immateriale” dell’Umanita.
Scompare lo stanziamento di risorse per fronteggiare adeguatamente le frane e il dissesto idrogeologico (quasi sempre nelle colline e nella dorsale prealpina trevigiana ci si imbatte in strade chiuse per frane e smottamenti).
Scompare una “priorità” dal valore “etnografico” e “urbanistico” assoluto, come quella di ridare vita ai borghi della vallata, dove un un numero impressionante di immobili risultano dismessi o in stato di abbandono (e relativo processo di spopolamento in atto).

Prevale una “visione riduzionista”, dove il “valore affaristico” supera il “valore etnografico”. Una visione riduzionista dove il “valore iconografico” delle colline vitate pluri-fotografate viene “sfruttato” fino a giungere allo sfruttamento commerciale estremo e invasivo delle casere e delle vecchie stalle presenti fra i vigneti, attraverso una legge che ne prevede un loro ampliamento fino a 120 mc (diciassettesima deroga della legge veneta sul consumo di suolo) per trasformarle in albergo diffuso, a scapito delle innumerevoli case dismesse dei borghi in stato di abbandono.
Nel caso delle famiglie di Premaor una tale “visione riduzionista”, che caratterizza le istituzioni locali e le loro perizie tecniche, è stata trasmessa alla giustizia amministrativa.

Al termine di questi ragionamenti, forse per stanchezza nel rilevare a quanta ovvietà si soprassieda con troppa faciloneria, devo cedere all’abusato ricorso dell’intramontabile “buon senso”. Amministratori, tecnici forestali, soprintendenze: perché proprio lì, vicino e sopra le abitazioni di 4 famiglie dovete autorizzare un vigneto di appena 0,8 ettari, in un'area (rapporto annuale consorzio Conegliano Valdobbiadene Docg 2017) di più di 7.549 ettari e per lo più dichiarata “patrimonio dell'Umanità”?