Uno dei problemi che si tendono a sottovalutare, un po’ più del dovuto, è la pervasività sistemica dei pesticidi e la loro – quindi la nostra – capacità di danneggiare in modo permanente l’ecosistema, per una male intesa promessa di produttività. Per capire delle proporzioni di cui parliamo è uscito un libro importante, Il nemico invisibile. Difendersi dal pericolo quotidiano dei pesticidi, dell’ecologo austriaco Johann G. Zaller e significativamente pubblicato da Aboca Edizioni. [...]

Alcuni dati fanno impressione: sapevate che fino al 25% dei pesticidi presenti sul mercato sono contraffazioni di altri prodotti (spesso di matrice petrolchimica)? Che il morbo di Parkinson tra i viticoltori francesi è riconosciuto come malattia professionale? Che le discariche di rifiuti dove vengono smaltiti i pesticidi sono bombe a orologeria in caso di catastrofi naturali? Che gli scienziati che affrontano criticamente il tema vengono perseguitati online allo scopo di pregiudicarne l’integrità? Da circa cinquant’anni l’agricoltura convenzionale ricorre a un uso imponente di pesticidi chimici, solo in Europa ne sono autorizzati 290 agenti.

Nel novero rientrano insetticidi, erbicidi (cioè i diserbanti), fungicidi, acaricidi e molluschicidi, ossia i veleni impiegati contro lumache e chiocciole, e molti altri. Solo in Germania e Austria sono ammessi più di 1200 prodotti di questo tipo, negli USA la cifra arriva alla quota impressionante di 16.000. Nella sola Unione Europea vengono usate ogni anno circa 200.000 tonnellate di agenti antiparassitari, mentre la richiesta a livello globale è in crescita costante: dagli anni ’50 le quantità impiegate sono cresciute di 50 volte. Per quanto solitamente i capri espiatori siano associati alle coltivazioni statunitensi (si pensi alla Monsanto), molti pesticidi sono sintetizzati da aziende farmaceutiche europee, la principale è infatti la svizzera Syngenta, che produce il 23% dei pesticidi impiegati a livello globale. Il giro d’affari si attesta sui 49 miliardi l’anno.

Ma è davvero indispensabile impoverire la microfauna, svilire la ricchezza dei terreni, inquinare le falde acquifere e gli stessi ortaggi che mangiamo – a un livello sistemico, non certo lavabile sotto il rubinetto della cucina, come ci piace illuderci di poter fare – in altro modo, per consentire a frutta e verdura di arrivare su tutte le nostre tavole? La risposta, per quanto non piaccia agli agricoltori e soprattutto alle case produttrici è no: i danni sono sproporzionati. Nel caso dei pesticidi per esempio, solo una piccola parte dei prodotti raggiunge gli organismi nocivi, il resto inquina l’ambiente, disintegrando l’interazione ecologica tra organismi nocivi e organismi utili (impedendo la loro regolazione ai processi naturali, che al contrario la attuerebbero).

È un dato che può sembrare quasi incredibile, ma non più del 10% dei pesticidi impiegati in agricoltura è realmente efficace contro i parassiti o le malattie che essi pretendono di debellare – mentre quelle stesse sostanze nel frattempo sono state riconosciute responsabili di disturbi di tipo neurologico e ormonale, aborti, tumori e altre malattie croniche. Un vasto studio francese ha esaminato 946 aziende convenzionali che impiegano i più differenti metodi di produzione giungendo a conclusioni sorprendenti: circa il 60% dei soggetti interessati ha potuto ridurre l’impiego di pesticidi del 42%, senza perdite dei raccolti né di reddito. L’eccessivo impiego dei pesticidi causa poi un problema di portata mondiale, vale a dire il crescente manifestarsi di resistenze da parte dei parassiti animali, così come dello sviluppo di piante infestanti refrattarie ai trattamenti.

Gli agricoltori ormai vengono avvisati via SMS direttamente dalle aziende dei trattamenti necessari per le piante, si capisce come alle aziende interessi che l’impiego dei pesticidi sia maggiore possibile. “Mi è stato raccontato – afferma l’autore – che vengono consigliati anche trattamenti assolutamente non necessari, allo scopo di evitare qualsiasi richiesta di risarcimento da parte degli agricoltori nel caso di perdita dei raccolti. Senza dubbio al primo posto nell’impiego di pesticidi troviamo le coltivazioni di mele, con una media di 31 trattamenti per stagione, seguite dalla vite con 18 trattamenti e dalle patate con 12 trattamenti per stagione. Considerando che il periodo di coltivazione delle mele dura soltanto 24 settimane (sei mesi), il numero di trattamenti a cui sono sottoposte è superiore a uno alla settimana”.

Non mancano controindicazioni a cascata di ogni tipo, a volte paradossali quanto inattese. Decenni di impiego di pesticidi hanno causato un danno collaterale che ha dell’incredibile (o almeno così è sembrato a me quando mi sono trovato a leggerlo tra le pagine di questo libro sorprendente e sinistro). La penetrazione dei pesticidi ha reso spesso alquanto pericolosi i… magazzini dei musei. I pesticidi impiegati nel del XX secolo erano infatti di tipi diversi e in certi casi tossicissimi: DDT, Lindano e PCP (pentaclorfenolo). Queste sostanze, spesso oggi vietate, contaminano in profondità gli oggetti d’arte, a causa dei principi attivi particolarmente persistenti utilizzati in quei casi per proteggere cornici e opere, principi attivi che in alcuni casi causano malattie agli operatori museali, a decenni di distanza dal loro impiego.

Ma si può fare a meno dei pesticidi? Almeno in parte? È possibile al giorno d’oggi immaginare un’agricoltura su larga scala che non li impieghi e che sfami, entro un paio di decenni, 9 o 10 miliardi di persone? La risposta, dice Johan Zaller, è puntare sui metodi delle aziende agricole su piccola scala, orientate alla diversità. Un’altra possibilità è rappresentata dalla permacultura, ormai una vera e propria filosofia alternativa della produzione alimentare, il cui scopo è quello di mantenere funzionanti i cicli riproduttivi, rendendoli naturalmente sostenibili.

Nel caso delle coltivazioni di frutta, utilizzando metodi poveri di pesticidi la resa e la qualità dei raccolti migliorano. “L’agricoltura biologica – dice l’autore – ha una storia lunga e ricca di successi, ciononostante rimane ancora tenacemente radicata l’idea che sia troppo inefficiente per nutrire l’umanità”. “Affinché l’agricoltura senza pesticidi possa funzionare meglio, dovrebbero perciò essere nuovamente presenti, sia sui terreni agricoli sia nel paesaggio, più varietà: bisognerebbe allontanarsi dalle grandi monocolture e rivolgersi a strutture piccole e varie”. Che l’agricoltura senza pesticidi di sintesi funzioni del resto è dimostrato da molti esempi. In un esperimento a lungo termine su un campo sono stati coltivati mais e soia con e senza pesticidi: dopo 22 anni non c’era differenza nei raccolti tra i due metodi di coltivazione.

Federico Di Vita

Fonte: Esquire 07.02.2021