Che le Colline del Prosecco formino un bel paesaggio è fuori discussione. Che il Pentagono d’oro del Cartizze, o Rolle, località cui era molto legato Andrea Zanzotto, o  la chiesetta di San Lorenzo,  che ha fatto da sfondo   ad  alcune scene del film “Finché c’e Prosecco c’è speranza” siano  luoghi incantevoli è altrettanto evidente.

Quello che stona è  il carico “antropologico”, “naturalistico” ed “etnografico”   che ne è stato fatto  da parte dei promotori e che mostra tutti gli equivoci di tale operazione di “marketing territoriale”, confermata anche dalle prime uscite di Zaia. Secondo lo statuto Unesco sono patrimonio dell’Umanità: “opere dell’uomo o opere coniugate dell’uomo e della natura come anche le zone di valore universale eccezionale dall’aspetto storico ed estetico, etnologico o antropologico”. Sempre secondo Unesco: “la loro protezione può contribuire alle tecniche moderne di “uso sostenibile” del territorio e al mantenimento della diversità biologica”. Il dubbio, che certificare la bellezza del paesaggio sia stato il “mezzo” con cui certificare anche aspetti culturali, etnografici e antropologici “inesistenti”, lo hanno continuato a coltivare solo i comitati e i cittadini che da anni si battono contro una “monocoltura” intensiva ed “industrializzata”. Nonostante i  “disboscamenti” e la scomparsa di “prati stabili”  e di “altre colture”, nonostante la   “presenza di impianti industriali visivamente dannosi” (è una delle prescrizioni Unesco) e, altra prescrizione Unesco, il carente “stato di conservazione degli edifici” dei borghi  (il cui abbandono è stato attenuato dai migranti degli anni 80 e 90) il paesaggio delle  colline del Prosecco potrebbe ambire  ad essere  patrimonio “materiale” dell’Umanità, inteso come cartolina, come iconografia ed estetica del paesaggio.  Il passaggio “artificioso” e “forzato” dei promotori riguarda il racconto che fanno    “dell’immaterialità di tale patrimonio”: lo spirito contadino intergenerazionale, le piccole aziende a conduzione familiare, la diversità colturale, la convivenza  ecosistemica con il bosco e i prati stabili, tutti elementi il cui “valore sociale e culturale” può essere considerato un “patrimonio dell’Umanità” e per questo trasmissibile  al mondo per la sua “universalità”.  Infatti, nelle colline del Prosecco sono “marginali” le piccole aziende agricole di 5/6 ettari che di padre in figlio si tramandano tradizioni e modalità di conduzione agricola e  che accanto al vigneto mantengono seminativi, bosco e prati stabili, sopraffatte da una viticoltura industrializzata che si avvale di  imprese di “movimento terra” con “ruspe” e “scavatori” e la collaborazione di braccianti dei paesi dell’Est e che punta  sempre a maggiori obiettivi di produzione che per essere raggiunti necessitano di tanti trattamenti alle viti con “prodotti chimici di sintesi”.
Il cittadino-elettore-consumatore, i media,  la politica partitocratica, ma anche scrittori, intellettuali e i Vip di turno, all’annuncio della proclamazione delle colline del Prosecco Patrimonio dell’Umanità, sono saliti sul carro del vincitore: hanno, in un lampo,   rimosso dalla loro mente e dalla loro visione tutto quel lavoro “eroico” di cittadini e comitati che denunciano  da anni i  pericoli e le conseguenze di una corsa sfrenata al business delle bollicine. Questi spettatori distratti, e forse qualcuno anche  un po’ ebbro,  hanno  rapidamente effettuato la “raccolta  differenziata” di  pezzi recenti di “memoria” e “storia” di queste colline: in un cestino sono stati riposti i “disboscamenti” (in quest’area il 74% dell’erosione del suolo è dovuto alla proliferazione dei   vigneti),  il taglio di “alberi” e “siepi” o l’interramento  dei “fossi” che  possono ridurre la superficie vitata, la scomparsa dei “prati stabili” con il loro “patrimonio” di fiori, erbe, humus, insetti e  microinvertebrati, api, biodiversità. In un altro cestino è  stata riposta la quantità di “pesticidi” con il loro effetto  “cocktail” sulla salute delle persone, sulle acque di superficie e sotterranee, sul vino stesso, sui prodotti bio a km 0 impossibili sui terreni di queste colline. L’annuncio della proclamazione Unesco ha cancellato la “memoria”, le “denunce”, le “testimonianze”, le “immagini” di migliaia di foto che documentavano l’incedere imperialistico di un “processo industriale rapace” e di un “business inarrestabile” che con l’agricoltura  di un  tempo in quei luoghi non hanno nulla da spartire.
Unesco è un carrozzone  che sta perdendo “credibilità”, soprattutto nella “gestione” e “controllo” dei requisiti dei siti dichiarati Patrimonio dell’Umanità (Venezia e le Olimpiadi sulle Dolomiti ne sono un altro esempio). L’Unesco si regge sui finanziamenti degli Stati e la maggior parte delle risorse serve a finanziare funzionari, impiegati e uffici (tra  l’altro l’Italia è il primo paese come contributore volontario extra-bilancio). Mi chiedo se queste  “etichette” - Patrimonio dell’Umanità, Borghi più belli d’Italia, Bandiere Blu , Bandiere Arancione – che possono avere un  notevole risvolto “economico” ed “ecologico” hanno ancora un senso in  un paese come il nostro,  attraversato da una rete di relazioni sotterranea fatta di “connivenze di poteri”, “convivenze fra interessi”, “contiguità politiche e clientelari”, e dove spesso mancano requisiti “democratici” quali: trasparenza, consultazioni popolari sull’uso dell’ambiente e sul rispetto della nostra  Costituzione, indipendenza e separazione dei ruoli, ecc.
Zaia ha dedicato la vittoria (su chi?) agli “agricoltori eroi”. Ma vorrei capire:  sono eroi i viticoltori che hanno ricevuto dal 2011 al 2017 (Fonte Avepa: Area DOC e DOCG) 83 milioni e 400.000 euro di incentivi regionali o i contribuenti veneti con la loro  Addizionale Regionale in busta paga? Sono eroi le imprese di movimento terra che impiantano un “vigneto chiavi  in mano” e i braccianti dei paesi dell’Est o   gli allevatori che non possono pagare la terra del Prosecco 30 euro al m2 per far pascolare o falciare il fieno per le loro mucche? Sono eroi i componenti dello staff che hanno  confezionato questa lunga e sofferta candidatura o i contribuenti Veneti che hanno finanziato il  procedimento della candidatura con quasi un milione di euro?
Alcuni seraficamente, dopo essere rimasti in superficie nella valutazione di questa operazione di “marketing territoriale”, cercano di presentare l’evento come un’opportunità per il futuro, salvo poi mostrare indifferenza verso la “devastazione in atto” nella nostra Regione, suggellata da una legislazione regionale che non argina i pessimi indicatori ambientali,  livelli di inquinamento delle acque(pfas), dell’aria e il consumo di suolo, solo per citarne alcuni. Come può trasformarsi la certificazione Unesco  in “opportunità” per la salvaguardia dell’ambiente delle colline se la legge regionale sul consumo di suolo, oltre a prevedere il consumo di  400 ettari all’anno da qui al 2050,  contiene 15 deroghe e il recente  “Piano Casa a tempo indeterminato”  ne introduce di ulteriori? In questo contesto normativo (manca solo l’Autonomia per recitare il “de profundis ambientale” del Veneto) per migliorare la ricettività, la mobilità o gli aspetti infrastrutturali cosa accadrà alle nostre colline? La certificazione Unesco sarà un’opportunità o una maledizione? Verranno restaurati gli edifici  vecchi e cadenti dei borghi senza consumare altro suolo? Si fermerà l’espansione dei vigneti e i trattamenti con prodotti chimici di sintesi? Si faranno parcheggi o si investirà nel trasporto pubblico locale o in   navette elettriche per portare i turisti all’Osteria senza Oste o a percorrere l’anello del  Prosecco? Intanto Zaia, il cui marchio di fabbrica politico e amministrativo è la “deroga”, ai possibili  investitori ne promette di nuove: si potrà,  in deroga alla legge per il governo del territorio,  adibire a strutture ricettive le “casere”, costruzioni  destinate alla conduzione dei fondi agricoli. Ma caro Zaia, per aumentare la ricettività turistica  non c’e bisogno di urbanizzare e antropizzare  le colline patrimonio dell’Umanità,  basta ristrutturare le migliaia di immobili vetusti dei borghi in stato di “abbandono” e “spopolamento” (mitigati dai migranti e dai loro figli) che compongono l’area del Prosecco.   Chissà se i sostenitori della corrente di pensiero sull’opportunità della certificazione Unesco hanno trovato il tempo di leggere la “legge ossimoro sul suolo”, o quella sul “Piano Casa a tempo indeterminato” che grazie ai “crediti edilizi” consentirà di “raddoppiare” i volumi e le superfici su terreno libero.  Ma forse a costoro e a tanti Veneti basta l’annuncio o i titoli che compaiono sui tanti media allineati allo Zaia-pensiero per sentirsi rassicurati, attratti da una narrazione superficiale (a spanne), populista, predatoria, economicistica, rispetto ad una “realtà ambientale” con parametri ed indicatori ecologici gravemente e “diffusamente negativi”. La vicenda delle colline del Prosecco, inoltre, ci dimostra una volta di più come tutta la politica sia lontana dal percepire e far percepire ai cittadini la priorità della lotta ai cambiamenti climatici e alla mitigazione dei loro effetti disastrosi sempre più evidenti. E da domani tutti a parlare di partiti, autonomia, dialetto, olimpiadi, migranti, sicurezza, sperando che dal cielo non arrivi l’ennesimo segnale di una apocalisse tanto annunciata quanto rimossa.  (Schiavon Dante, un angelo del suolo)