AGROINDUSTRIA - ALLEVAMENTI: UN MEGASISTEMA ALIMENTARE CHE DEVASTA IL MONDO, INVECE DI NUTRIRLO

UN SETTORE TOTALMENTE ANTIECOLOGICO.
I pesticidi sono l’aspetto minaccioso e sgradevole di un problema molto più ampio: è l’intero sistema alimentare dominante ad essere sotto accusa.  Il megasistema dato dalla connessione tra Agroindustria e Allevamenti è ormai riconosciuto dalla letteratura scientifica internazionale come un apparato  di degrado e distruzione su vasta scala. Esso infatti si colloca al primo posto per quanto riguarda: la desertificazione dei terreni; l’inquinamento di aria e terra; il consumo di acqua e di suolo fertile; l’ aggressione alla biodiversità e ai servizi ecosistemici; lo stravolgimento di fondamentali cicli vitali quali quelli dell’azoto e del carbonio. Inoltre, è in prima posizione anche per quanto concerne l’emissione dei gas serra più potenti, vale a dire metano e protossido di azoto; in conseguenza di ciò, il solo ciclo della carne è valutato come il primo agente di effetto serra, con oscillazioni variabili dal 18% (FAO 2006) al 51% del totale (Goodland-Anhang 2009), cui andrebbero aggiunte le restanti emissioni agroindustriali. I movimenti per il clima risulteranno del tutto velleitari e inconcludenti, se eviteranno di confrontarsi con questi dati essenziali e inaggirabili.

 

UN SETTORE TOTALMENTE ANTIECONOMICO.  
La retorica sviluppista è solita acclamare in modo acritico la straordinaria capacità produttiva del settore; tuttavia, questa esaltazione unilaterale occulta il lato oscuro di tale crescita, vale a dire gli smisurati costi ambientali e sociali che l’accompagnano come un’ombra. I costi ambientali principali sono quelli sopra citati, e il loro valore è, a rigore, così imponente da travalicare qualsiasi valutazione economica, per quanto elevata: i servizi ecosistemici, così come i cicli vitali del carbonio e dell’azoto, sono basilari per la vita cosmica,  non sono sostituibili con la tecnologia e non sono compensabili con punti di PIL  e di fatturato aziendale. Basterebbe questo per decretare il carattere pesantemente “antieconomico” dell’agroindustria, nella misura in cui si spinge ad aggredire perfino gli inestimabili pilastri ecologici che sostengono la rete della vita, in nome del profitto e della crescita irresponsabile. In aggiunta, occorre focalizzare che l’agroindustria risulta fortemente inefficiente (in perdita) anche da un punto di vista energetico, poiché impiega circa dieci unità energetiche per ricavarne solo una in cibo (D. Pimentel e coll.), e nel settore della carne va ancora peggio: ma le passività energetiche, così come quelle ambientali, non gravano sulle multinazionali del cibo, bensì vengono caricate sulle spalle della natura e dell’intera società (in gergo tecnico le chiamano pudicamente “esternalità negative”: vuol dire che chi rompe non paga).  

Per dirla in breve: agroindustria e allevatori si vantano di produrre molto “valore aggiunto”, ma a ben vedere è abissalmente di più il valore che, nel contempo, viene sottratto. Ma c’è dell’altro:  come se non bastasse, queste attività antiecologiche e antieconomiche vengono addirittura sostenute con risorse pubbliche.  In Italia, con la sola PAC (Politica Agricola Comune) 2014-2020 abbiamo girato 52 miliardi di soldi pubblici all’agroindustria, in gran parte finalizzati alle grandi aziende (in più, bisognerebbe considerare anche i sussidi europei e nazionali alla pesca e agli allevamenti ittici, che costituiscono un capitolo a parte). Secondo indagini al di sopra di ogni sospetto, gli allevatori italiani, europei  e americani sono soliti ricevere l’equivalente di circa 2 dollari - 2 dollari e ½ di sussidi pubblici per ogni capo di bestiame, al giorno! (Cfr.J. Stiglitz, 2007; World Bank, 2002). Vengono chiamati “sussidi perversi” proprio perché sono irrazionali e favoriscono attività dannose, per di più incrementando il nostro debito pubblico!

 

UN SETTORE ETICAMENTE  DEPLOREVOLE. I meccanismi sopra delineati promuovono pratiche parassitarie, e conseguentemente una metodica  deresponsabilizzazione civile e morale sia nella sfera della produzione, sia in quella del consumo. I produttori infatti godono di una speciale immunità di fronte agli epocali costi ambientali da essi provocati: non solo non pagano alcunché, ma vengono addirittura premiati in modo sistematico. Analogamente dicasi per i consumatori irresponsabili, i quali si rivelano complici del sistema nella misura in cui pretendono di ottenere a buon mercato (e talvolta sottocosto) cibi dai costi ambientali spropositati: solo per esemplificare, è noto che un hamburger dovrebbe costare 100 dollari e più, se i costi effettivi venissero internalizzati  nei prezzi ( Raj Patel 2010; Chandran Nair 2011). Ma non basta: il sistema attuale ingenera enorme cinismo morale e assuefazione alla sofferenza animale, in linea con la mentalità cartesiana che ha contrassegnato l’avvento della modernità e che sorregge ancor oggi il mondo agroindustriale. Quest’ultimo, infatti, presuppone che gli animali e l’intera natura siano meri strumenti passivi a disposizione dell’apparato economico-tecnologico, e come tali illimitatamente manipolabili: la spietata logica del dominio che ne discende, oltre ad essere totalmente irricevibile sul piano etico, comporta una rozza svalutazione   e una colpevole incomprensione dell’importanza insostituibile dei molteplici fattori naturali; in tale cecità plurima è radicata la catastrofe etica, economica ed ecologica che avvolge il nostro tempo.

 

SYSTEM CHANGE, NOT CLIMATE CHANGE.  Cambiare il Sistema alimentare, significa operare per un  radicamento di esso nella Terra quale organismo vivente, e più in generale per un rinnovato equilibrio tra umani, animali e natura, in luogo delle preesistenti opposizioni/prevaricazioni. Si tratta di ridisegnare il sistema alimentare integrando etica, ecologia e prosperità senza crescita, contrastando le attività  antiecologiche – antieconomiche. Solo per iniziare, oltre al bando dei pesticidi, ecco alcuni obiettivi, già discussi e approvati nel Coordinamento veneto.


Siamo ancora in tempo:

Riduzione drastica (meglio sarebbe eliminazione) del consumo di carne, pesce e derivati animali.

Abolizione dei sussidi all’agroindustria, al ciclo della carne e del pesce;  aumentare

invece le sovvenzioni per lo sviluppo dell’agricoltura sostenibile, biologica

ed ecologica nelle sue varie forme (inclusa Permacoltura), a partire dai piccoli produttori.

Deburocratizzare la produzione biologica a favore dei piccoli produttori.

Internalizzare i costi ambientali, sociali ed economici, che devono gravare sui soggetti responsabili.

Promuovere la riforestazione policolturale e la rinaturalizzazione, al fine di ripristinare l’ecosistema naturale minacciato dall’antropizzazione crescente.  Operando in queste direzioni, verrebbe anche implementata l’occupazione in forme dignitose, coniugando lavoro, ecologia, etica e benessere reale.

 

ASSOCIAZIONE ECO-FILOSOFICA  www.filosofiatv.org